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Ciclotimia: disturbo dell’umore

IL FUTURO, SE CI MUOVIAMO, È PIÙ DELLA FARMACIA CHE DI ALTRI.

MA C’È BISOGNO DI UN NUOVO INIZIO.

Ciclotimia: disturbo dell’umore, caratterizzato da periodi alternanti di depressione e di ipomania.

L’individuo ciclotimico soffre l’alternarsi di periodi di iperattività, creatività e spirito di iniziativa, con periodi di ipersonnia, apatia, lentezza di riflessi e difficoltà nella concentrazione.

Normalmente, durante le fasi di ipomania, il soggetto ciclotimico intraprende progetti anche grandiosi con grande entusiasmo, per poi abbandonarli appena sopraggiunge la fase depressiva o rinnegarli quando l’entusiasmo si tramuta in rabbia.

Ecco: per me la farmacia, che io tendo sempre ad antropomorfizzare, soffre di ciclotimia. Perché? Faccio quattro esempi:

  • L’empatia del farmacista con il paziente

Lo stesso individuo (il farmacista) passa da una disponibilità relazionale pari solo a quella di alcuni infermieri (a dire il vero quasi tutti) votati alla professione, a un atteggiamento direi arcigno, esasperato probabilmente da quella disponibilità che rischia di venire data per scontata e dalle pressioni delle diverse incombenze multidisciplinari (amministrazione, ordine, organizzazione, gestione dei collaboratori, dispensazione e chi più ne ha più ne metta). Pertanto alterna momenti in cui attiva quei meccanismi di attrazione empatica che generano la fedeltà del cliente alla sua farmacia più di sconti e competenze, a momenti di psicopatia, ovvero totale incapacità a livello affettivo di sentire l’altro, che porta a discussioni su prezzi, ricette, assortimento.

  • La capacità della farmacia di ascoltare i clienti

Se il farmacista è tendenzialmente empatico (e solo in determinate e rare situazioni psicopatico), la farmacia è un’altra cosa sia verso il singolo cliente, sia verso la domanda aggregata di clienti.

Il farmacista capisce, nella sua fase empatica, di cosa ha bisogno e cosa vuole il paziente, la farmacia no. Anche in quelle con grandi superfici raramente coi sono spazi riservati, l’esposizione non è per esigenze, ma per settori o marchi. Il farmacista vede il cliente/paziente come persona a 360 gradi, la farmacia non è strutturata per patient solution: servizi per prevenzione cardiovascolare lontani o non legati ai prodotti; misuratore di pressione collocato lontano dai prodotti per abbassare o alzare la pressione, e simili. La psicopatia della farmacia prevale sulla sua capacità di ascolto del cliente.

La farmacia non fa analisi della domanda, non fa partecipare i clienti all’innovazione del punto vendita o alla sua organizzazione. Da un lato è attenta al mercato: compra dati, frequenta formazione e convegni, chiede sempre di più ai gestionali di fare da direzionali. Poi però non li usa. Guarda al millesimo quello che conosce, ma non si interroga sul mondo che non conosce: da chi comprano i dentifrici quei miei clienti che non li comprano da me, e perché? E gli shampoo? E le creme? E gli integratori? La psicopatia della farmacia prevale sulla capacità di ascolto della domanda attuale e potenziale.

  • Il bipolarismo della farmacia nel rapporto con la Asl.

Con la Asl la farmacia passa dalla ciclotimia al bipolarismo sono un presidio sanitario, il punto di contatto tra il paziente e la sanità, e la rete delle farmacie garantisce la capillarità, ma non posso investire in pharmaceutical care e tantomeno in servizi perché il commerciale mi fa campare. Sono un presidio sanitario qualificato, ma non sono disponibile ad accreditamenti, certificazioni perché non devono esistere farmacie di serie A e farmacie di serie B;ovviamente però la mia è una farmacia di serie A e la maggior parte dei colleghi sono ignoranti e disonesti e commerciali e io non entrerei mai in una rete con insegna perché quelli disonesti macchierebbero la mia immagine. Voglio che mi aprano il Fascicolo sanitario elettronico, ma non voglio responsabilità e non ho tempo per aggiornarlo. Bipolarismo patologico.

  • Il “pessimismo ottimista” della farmacia

Stiamo morendo, ci hanno tolto gli innovativi, anzi ci hanno tolto proprio il farmaco. Le Case della salute ci uccideranno, i soggetti gestori della cronicità ci stermineranno, Amazon sarà la nostra fine. E vai con il De Profundis. Appena poi però qualcuno tenta un coinvolgimento parte il “Ma quanto mi costa?”, ma il concetto di investimento no, “Io sono lo specialista del farmaco, non mi interessa la pharmaceutical care e peggio ancora la farmacia dei sevizi, che snatura il mio ruolo”. Una cosa è il farmacista che comunque non risulta essere solo un dispensatore, ma che si riempie la bocca dicendo che lui si occupa del suo paziente o che conosce le interazioni (conoscere non vuol dire poter rendere utile la conoscenza se non so quali altri farmaci il paziente sta assumendo), altro è la farmacia, ovvero un’impresa che sviluppa soluzioni per i clienti. Ma tutto buono e benedetto per metterci in farmacia un’estetista, mentre al contrario un infermiere ci costa. Siamo pessimisti su quello che accade, ma contestualmente ottimisti che nulla cambi e che i soggetti deputati alla territorializzazione della sanità siano solo le farmacie. Ci sono più farmaci di fascia A in distribuzione diretta che per conto, ma crediamo che basti una legge per portare (e sottolineo portare, non riportare), gli innovativi in farmacia. Siamo parte del sistema pubblico, ma siamo liberi imprenditori.

E potrei aggiungere molti altri esempi.

Diciamo al paziente “Chieda al medico”, ma pensiamo che i medici siano tutti ignoranti. Ci lamentiamo che Federfarma non ci tutela e non fa iniziative concrete né diffonde le informazioni, poi però visto che qualche rappresentante di categoria non ci piace godiamo dei fallimenti del sindacato; non aderiamo alle iniziative nazionali e locali, e manco rispondiamo a questionari per l’anagrafica (dura tutelare se non so cosa sei, cosa puoi fare concretamente e cosa ti serve); non condividiamo i dati; ci lamentiamo di troppe circolari, e se sono lunghe “Non ho tempo di leggerle”, se sono sintetiche “Non sono esaustive”; siamo stanchi per i convegni di sera, non si possono fare i corsi nel fine settimana perché già il lavoro ruba troppo tempo alla famiglia, e se andiamo alle Fiere non abbiamo tempo per sentire le relazioni perché dobbiamo riempirci di campioncini. Siamo i migliori a vendere, ma se il prodotto non va in pubblicità venderlo è difficile e ci prende tempo che non abbiamo.

Chiediamo alle aziende supporto per il sell out e poi buttiamo gli espositori (su questo sono pienamente d’accordo: strumenti obsoleti). I prodotti sono tutti uguali, ma li devo tenere tutti. Si perché il cliente se non gli do quello che mi chiede se ne va, però nessuno sa condizionare come me le scelte dei clienti. Quale Otc dare mi è indifferente perché si equivalgono, però non aderisco alle campagne del mio gruppo perché devo essere libero di scegliere i prodotti. Vogliamo esclusive dalle aziende, ma noi vogliamo restare infedeli. Le ditte (le chiamiamo cosi in modo un po’ dispregiativo) devono mantenere le promesse, ma noi facciamo quello che vogliamo. Ci devono dare i dati, ma noi non diamo a loro.

La farmacia è fatta di professionisti e il valore sta nella competenza, ma non investiamo sulla formazione dei collaboratori. Vogliamo essere remunerati per quello che facciamo, ma paghiamo i colleghi collaboratori come dei commercianti, la farmacia però ovviamente per noi non è un esercizio commerciale; e raramente li incentiviamo o prevediamo percorsi di carriera.

Ecco se proprio dobbiamo essere con una doppia faccia, almeno sia quella del Giano bifronte: con due volti, poiché il dio Giano può innanzitutto guardare il futuro e il passato, mentre noi guardiamo spesso nostalgicamente solo negli specchietti retrovisori. E poi perché visto che da quando siamo passati da preparatori a dispensatori ci lamentiamo che la nostra professione è morta? Che non c’è meritocrazia perché la “fortuna economica” dipende da dove hai vinto o ereditato la farmacia? Impariamo a ricordare il passato, ma con razionalità, tiriamone fuori il meglio per innovare nel rispetto della tradizione e della professione, ma ricordiamoci che ci aspetta un grande futuro, e che quel futuro siamo noi a contribuire a crearlo.

Giano è anche il dio della porta: può guardare sia all’interno sia all’esterno. Abbiamo la forza di avere ottime potenzialità: siamo i leader, amati e riconosciuti dai pazienti, abbiamo una fantastica logistica, siamo capillari. Il futuro se ci muoviamo lo facciamo noi più degli altri. Ma serve che guardiamo anche all’esterno: dove sta andando la sanità, chi possono essere i nostri partner, di cosa hanno bisogno i nostri clienti e i potenziali tali?

Giano è il dio degli inizi, materiali e immateriali. Abbiamo bisogno di un nuovo inizio, immateriale in termini di spirito e cultura, materiale in termini di costruzione di una nuova farmacia efficace e remunerativa. Altrimenti…20 mg di fluoxetina e 25 di lamotrigina ogni mattina, a stomaco pieno mi raccomando.

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